Ebbi la fortuna di poter salutare sister Alice poco prima che morisse, amorevolmente assistita dalle consorelle e dai fratelli imprenditori arrivati giusto in tempo dall’Italia, con appresso costosissime quanto inutili cure alternative, dai rimedi omeopatici ai metalli agli infusi di echinacea. Il cortile della parrocchia era affollato di mamme pazientemente sedute sull’erba, con i lattanti al seno, a vegliare in composto silenzio sulle ultime ore della loro prodigiosa ostetrica. Entrai in camera sua, nella casa delle suore di Nyahururu, non per portarle fiori, preghiere o parole di conforto; il suo capezzale era già un santuario di rosari, corone e santini, alternati a flebo, sonde di lattice e cateteri che le uscivano da ogni orifizio del corpo. Strinsi la sua mano gialla e fredda. Non era più la mano infallibile e instancabile che per decenni aveva suturato ferite infette, estratto denti marci, iniettato sedativi in vena alle donne psicotiche, tagliato cordoni ombelicali, e che aveva intuito la presenza del secondo gemello nella pancia di Rose Marie solo toccando il sangue sulle mie dita. Quel suo volto scarno, disteso dalla morfina, aveva tutt’altro aspetto da come mi era apparso in tribunale appena poche settimane prima. Le accarezzai i capelli ormai radi e sudati, e sussurrai semplicemente: “In tribunale hai giurato su Moby Dick. Ti ho sgamata, sai? Sei tremenda.”
Alice mosse appena le labbra per pronunciare le parole che, con voce sana e vigorosa, mi aveva già detto anni prima, ai tempi in cui la aiutavo nelle suture, nelle autopsie e nelle estrazioni dentarie: “Sei ricco.”
Ridemmo insieme, un’ultima volta, senza dirci nient’altro.
Poche ore più tardi, dopo innumerevoli miracoli compiuti nelle terre di Meru e di Laikipia, la piccola suora infermiera morì com’era vissuta. Uscì di scena in punta di piedi, umilmente, senza un lamento e col sorriso sulle labbra. La sua gemella siamese, un embrione aggrovigliato in una ciste, la attese sulla soglia, prendendola per mano. Ora non ci sarebbe più stato bisogno della schizofrenia per comunicare: le due sorelle avrebbero giocato e parlato insieme per l’eternità. Sister Alice era stata la paladina della piccole cose perché si sentiva figlia di un Dio che amava ogni minuscolo frammento del proprio creato – anche un dente, anche una vertebra – come se fosse stato il solo da amare e il solo ad esistere. Da bambina Alice aveva coltivato l’errore di credersi protagonista del proprio ristretto e illusorio mondo privato. Finché un giorno, quando un chirurgo le aveva strappato la gemella dalla spina dorsale, era cambiata, intuendo con estatica meraviglia che la propria individualità e quella della sorella mai nata altro non erano che due volti di un essere più ampio di ogni confine e di ogni parola. Aveva dunque imparato ad amare senza sforzo, vedendo nel prossimo sé stessa, il proprio autentico essere, ben più grande di un nome, di una storia personale e della forma di un corpo. In settant’anni di vita Alice non aveva mai fatto agli altri ciò che non avrebbe voluto fosse fatto a se stessa. L’amore era stato il fondamento della sua pace.
Alice mosse appena le labbra per pronunciare le parole che, con voce sana e vigorosa, mi aveva già detto anni prima, ai tempi in cui la aiutavo nelle suture, nelle autopsie e nelle estrazioni dentarie: “Sei ricco.”
Ridemmo insieme, un’ultima volta, senza dirci nient’altro.
Poche ore più tardi, dopo innumerevoli miracoli compiuti nelle terre di Meru e di Laikipia, la piccola suora infermiera morì com’era vissuta. Uscì di scena in punta di piedi, umilmente, senza un lamento e col sorriso sulle labbra. La sua gemella siamese, un embrione aggrovigliato in una ciste, la attese sulla soglia, prendendola per mano. Ora non ci sarebbe più stato bisogno della schizofrenia per comunicare: le due sorelle avrebbero giocato e parlato insieme per l’eternità. Sister Alice era stata la paladina della piccole cose perché si sentiva figlia di un Dio che amava ogni minuscolo frammento del proprio creato – anche un dente, anche una vertebra – come se fosse stato il solo da amare e il solo ad esistere. Da bambina Alice aveva coltivato l’errore di credersi protagonista del proprio ristretto e illusorio mondo privato. Finché un giorno, quando un chirurgo le aveva strappato la gemella dalla spina dorsale, era cambiata, intuendo con estatica meraviglia che la propria individualità e quella della sorella mai nata altro non erano che due volti di un essere più ampio di ogni confine e di ogni parola. Aveva dunque imparato ad amare senza sforzo, vedendo nel prossimo sé stessa, il proprio autentico essere, ben più grande di un nome, di una storia personale e della forma di un corpo. In settant’anni di vita Alice non aveva mai fatto agli altri ciò che non avrebbe voluto fosse fatto a se stessa. L’amore era stato il fondamento della sua pace.

Eppure, chiudendo per sempre gli occhi al mondo, Alice non pregò, non si fece il segno della croce, non affidò la propria anima al Signore o alla Madonna, come ci si sarebbe aspettato da una suora. Mormorò invece un nome di donna. Wilma, che le stava accanto al momento del trapasso, riferì con sgomento e non senza disappunto le sue ultime parole: “April Rose.” Perché le ultime immagini della mente morente di sister Alice portavano la data del 2 ottobe 2002: il giorno in cui si era ammalata.
Non faceva troppo freddo e l’aria era insolitamente calma; non soffiava alcun vento dalle vicine Aberdares. L’orologio segnava le quattro passate quando Dino riaprì gli occhi. Realizzò che la patina scura che gli annebbiava la vista era sangue. Poco distante, intravvide rovesciata a terra la bacinella di plastica usata come tortura dell’acqua. Un fastidioso ronzio gli tormentava i timpani assordati dallo sparo. Giaceva rivolto a pancia in giù su una distesa di terra fredda e bagnaticcia, ma i tendini delle gambe gli bruciavano come se fosse disteso su una pietra incandescente. La testa gli duoleva da scoppiargli e respirare gli sembrava l’impresa più ardua del mondo: le narici, la trachea e i polmoni affogavano nel liquido. Capì che quella non era la morte, non ancora. Un solo pensiero l’aveva tenuto in vita. Con gran sollievo, si accorse di poter muovere le braccia e le mani. Racimolò ogni forza residua e, senza spostare il busto né alzare la testa, cercò il cellulare nella tasca interna del giubbotto. Non vedeva bene il display e sentiva una tale debolezza nelle dita da riuscire a malapena a pigiare i tasti; ci mise parecchio a comporre il numero.
Assonnata ma presente, rispose la voce di Jasmina.
“Gioia mia, sparisci” la supplicò con un gorgoglio al posto della voce, con la gola ostruita dall’acqua e dal sangue. “Loro... ti verranno a cercare. Dimentica tutto, prendi il primo volo.... vai via di qui.”
Lei allora si svegliò completamente e comprese che era successo ciò che più avevano temuto. “Dove sei?” gli chiese con fermezza.
“Non respiro.”
“Non parlare. Dimmi solo dove sei.”
“Alla prigione, credo... mi hanno sparato... non respiro più.”
Dino richiuse gli occhi con il pianto nel cuore, tentando inutilmente di dirle per l’ultima volta quanto l’amava. L’ultimo suono che Jasmina udì al telefono non furono parole d’amore, ma rantoli. Poi uno spasmo, e il gelido silenzio della morte calò sul suo letto di Hurlingam.
Andarsene? Ma dove, per cosa e per chi? L’uomo che amava giaceva nel sangue privo di sensi, ma continuava a respirare tra rantoli e affanni. Jasmina si impose di mantenere la calma: quello che per mesi l’aveva terrorizzata stava accadendo, ma non poteva certo dirsi impreparata. Non riattaccò il cellulare, non smise un istante di chiamarlo per nome e di rimembrargli tutte le beatitudini che più lo allettavano: le carezze madide di oli essenziali e i baci sulle bruciature del sole, distesi sul letto come su un prato in fiore, sotto le travi in rami di cedro, intrecciati a grovigli di rose laccate, protetti appena dalla tenda di seta celeste che li divideva dalle valli di ananas e dalle piantagioni di caffè. Anche quando la batteria dall’altro capo si scaricò, lei non smise di parlargli, ricordando il profumo dell’ibisco e la fioritura delle jacarande, quando le contadine riprendevano a cantare dopo le grandi piogge, e ripensando alle forme e agli odori che i loro corpi assumevano quando dalle montagne soffiava il vento della sera, le ombre africane si allungavano e i piedi stanchi e avidi di baci si sfilavano dai sandali. Nel frattempo, con il telefono fisso, compose i numeri più sensati che le vennero in mente; mai come in quel momento le sarebbero tornati utili anni di interminabili feste, di squallide notti di sesso senza amore e di ben mirate smancerie. Chiamò un muzungu dell’Oregon, un amico che aveva soddisfatto molte volte in più luoghi e modi, sempre nella massima discrezione, e che per questo le era molto affezionato: il capitano dell’ufficio dell’FBI di Nairobi, un tale Luke Parish, un uomo di sessant’anni con tre figli, la testa pelata e due occhi celesti di ghiaccio. Sapeva di domandargli un favore di inaudita sfrontatezza: la richiesta più rischiosa e compromettente, dal momento che per i federali americani prendere parte ad una vicenda del genere sarebbe stata un’intromissione inaccettabile. Parish avrebbe rischiato il posto, la carriera e forse il permesso di lavoro. Ma la posta in gioco era alta: in cambio del suo aiuto, infatti, Jasmina gli offrì su un piatto d’argento una merce se possibile ancor più preziosa del proprio corpo. Non gli promise soltanto qualche soffiata sugli appoggi indiani alla mafia Kikuyu del Monte Kenya. Gli parlò più di tutto della documentazione compromettente ormai in dirittura d’arrivo al Tribunale dell’Aja e alla Commissione Terre. Fu precisa, dettagliata e convincente. Gli assicurò che, se accontentata quella notte, non avrebbe sconquassato i delicati equilibri politici del Paese prima delle elezioni presidenziali; che non avrebbe rivelato nulla, che i documenti avrebbero dormito nell’ombra fino a dicembre, che l’appuntamento con il commissario delle terre sarebbe stato annullato e che i due posti prenotati sul volo per l’Olanda sarebbero rimasti vuoti. Il silenzio del father dei Kikuyu e della sua complice di Nairobi avrebbe reso le cose più facili per tutti in campagna elettorale: per i vertici dell’FBI che lavoravano gomito a gomito con i funzionari del governo Moi e con i comandanti di polizia, per i servizi segreti kenioti e americani, per gli informatori civili e militari, per i cittadini statunitensi acquirenti di terreni sottratti dai Kalenjin ai Kikuyu di Laikipia e di tutta la Rift Valley. Si trattò di un bluff: Jasmina non aveva la benché minima idea di dove Dino custodisse i documenti che lo avevano esposto fino a farsi sparare; per proteggerla, non le aveva mai confidato il luogo del nascondiglio. Il capitano Parish ebbe solo una manciata di secondi per decidere, mentre sua moglie, svegliata di soprassalto nel cuore della notte dallo squillo del telefono, con i bigodini in testa e un’orrenda maschera di bellezza agli ortaggi spalmata sul viso, si sgolava per chiedergli cosa stesse succedendo. Se infine optò per il sì, non fu certo per i confusi calcoli fatti sul momento, un mero accavallarsi di conseguenze, implicazioni ed eventualità; fu piuttosto per tutte le volte in cui l’irresistibile Joy gli aveva offerto con disinvoltura certi piaceri che egli mai avrebbe osato chiedere alla propria presbiteriana e puritana consorte. Così, congedò la disinvolta amica di Hurlingam dicendole semplicemente: “Okay.”
Una volta consegnata la situazione in mano all’FBI, Jasmina chiamò dunque suo padre, implorandolo di procurare a Dino un nuovo nome, un passaporto svedese, e di orchestrare la sua fuga; sapeva che il vecchio ambasciatore non sarebbe mai stato capace di dirle di no, anche a costo di buttare all’aria quarant’anni di sudata carriera diplomatica.
Radunati quattro uomini di fiducia, Luke Parish giunse a Nyahururu il prima possibile a bordo di un piccolo aereo, alle sei e dieci del mattino, assieme al suo miglior detective e al patologo Andrew Opkings. Altri due agenti scelti arrivarono poco più tardi in macchina; Jasmina era con loro. Non c’era un attimo da perdere. Il cellulare del prete era muto da oltre un’ora, nessuno sapeva se egli respirasse ancora; e se col sorgere del sole la gente del posto gli avesse prestato soccorso, gli assassini con ogni probabilità sarebbero tornati a finirlo.
Al capitano bastò un’occhiata all’aspetto del corpo riverso a terra: l’amico cattolico di Joy era vivo e messo davvero male. Notò il cellulare scarico accanto alle sue braccia. Non c’era il tempo di cancellare la chiamata effettuata, così se lo infilò in tasca. Ma in quel mentre, un altro cellulare squillò, il proprio. Il display disegnò un numero di rete fissa di Nairobi: era l’ambasciatore vaticano in Kenya, monsignor Riccardo Antonelli, che avvisato dell’accaduto dal personale della missione, ordinava di non toccare il corpo. Dopo lunghe trattative, Parish riagganciò sbuffando. Appurato che sul posto non erano rimasti né l’arma né il bossolo, ordinò ai propri agenti di rinvenire il proiettile conficcato a terra, di ripulire la scena e di non far scendere Joy dall’auto, ma di accompagnarla subito all’ospedale, perché lì avrebbero portato il corpo del prete.
Abituata al prestigioso Aga Khan Hospital, agli occhi di Jasmina l’ospedale di Nyahururu era poco più che un luogo di tortura, dove spesso mancava perfino l’aspirina, gli antibiotici erano un lusso, le neomamme morivano di febbri puerperali e le sale operatorie venivano ripulite con la benzina.
Due agenti in abito scuro e volto teso riversarono la pesante barella coperta da un telo bianco sul tavolo chirurgico, bestemmiando contro l’intromissione della Chiesa. Il dottor Opkings scoprì il corpo. Per Jasmina fu una visione agghiacciante. Bestie affamate cominciarono a masticarle il cuore e crampi atroci la afferrarono per la gola. Cos’aveva combinato la distrazione degli dèi benevoli? Il buon Visnu dal sorriso rassicurante aveva deposto il suo flauto melodioso e aveva voltato le spalle, lasciando che il terribile Siva danzasse con sadica ira sul corpo di un uomo onesto? Perché il cielo aveva permesso che gli zoccoli della violenza schiacciassero e tagliuzzassero la carne di un innocente? Che gli dèi impazziti se la prendessero con lei, che i mostri della terra le frantumassero le ossa, che le strappassero gli occhi e le unghie, che le staccassero la pelle a morsi. Ma lui non lo meritava. Come avevano potuto le forze del destino sbagliarsi tanto? “Amore, alzati” mormorò senza respiro. “Alzati, andiamo via di qui.” L’amico Luke la spinse fuori dalla stanza, chiudendole la porta alle spalle. Lei, soffocando, lasciò cadere a terra la gruccia per portarsi entrambe le mani alla gola.
Pochi minuti dopo le quattro, Alice si svegliò di soprassalto, in un bagno di sudore gelido. Aveva appena sognato la propria morte: il letto cosparso di fiori e di Madonne, la flebo di morfina, le lacrime inconsolabili delle suore e dei fratelli giunti dall’Italia con i loro costosi placebo, la veglia delle mamme Kikuyu sedute sull’erba. Ad ucciderla era stata una bugia. Dopo qualche minuto di sconcerto, si arrese alla volontà del Signore, sospirando: “Così sia.” Si inginocchiò ai piedi del letto, restando raccolta in preghiera fino alle sei, quando una tragica notizia funestò il risveglio della città di Nyahururu. Marco, di ritorno dalla consueta corsa alla Thompson Fall, sfrecciò nel cortile della parrocchia con un aspetto da far paura: il volto striato di fango e di sudore, due orrendi aloni sotto le ascelle, i capelli per aria e gli occhi arrossati che parevano schizzargli fuori dalla testa: “I LO GA’ COPA’! CIAME’ EL NUNSIO, I LO GA’ COPA’!” urlò, precipitandosi verso la macchina. Non c’era stato bisogno di dire altro. Le sorelle, terrorizzate, si erano riunite in cucina a pregare. Sgranarono le perle dei loro rosari una dopo l’altra, senza sosta, scordandosi persino di respirare. Finché in parrocchia squillò il telefono. “Il nu-nunzio vuol parlare co-con te” balbettò Antonilde, stringendo la sua coroncina di plastica bianca fluorescente da rosario formato ridotto, con appena dieci grani per dieci Ave Maria. Alice afferrò la cornetta sapendo di essere in procinto di ricevere indicazioni precise. La linea era disturbata, ma la voce da Nairobi si udì forte e chiara: “Sister, parla Antonelli. Il Signore sia con noi. Calma e sangue freddo, ascoltami con attenzione. Stanotte father Moser è stato ucciso, ma le condoglianze ce le faremo dopo. In questo momento il corpo si trova in ospedale. Due agenti dell’FBI stanno venendo a prenderti. Ti porteranno da lui e ti diranno cosa fare. Ho predisposto che sia tu ad eseguire l’autopsia e dovrai farlo subito. Scopri quante più cose possibile, annota tutto. Io ti raggiungerò in giornata. Mi hai capito bene? Puoi farcela?” Lei ubbidì. Indossò un golf di lana, raccolse alcuni strumenti di lavoro in una borsa e si sedette su una panchina in giardino ad attendere l’auto nera che l’avrebbe prelevata.
Scortata dai detective fino al fetido corridoio dell’ospedale, Alice fiutò un’olio profumato nell’aria, un’essenza di sandalo e gelsomino. Una stampella di metallo giaceva sul pavimento e una giovane donna, sola e disorientata, camminava in tondo zoppicando, con gli occhi gonfi di pianto e le guance striate di mascara blu. Eppure era così bella e aggraziata. Indossava una sari bordeaux, coperta da un leggero scialle di kashmir color malva. Il petto le pulsava sotto la blusa.
Pochi minuti dopo le quattro, Alice si svegliò di soprassalto, in un bagno di sudore gelido. Aveva appena sognato la propria morte: il letto cosparso di fiori e di Madonne, la flebo di morfina, le lacrime inconsolabili delle suore e dei fratelli giunti dall’Italia con i loro costosi placebo, la veglia delle mamme Kikuyu sedute sull’erba. Ad ucciderla era stata una bugia. Dopo qualche minuto di sconcerto, si arrese alla volontà del Signore, sospirando: “Così sia.” Si inginocchiò ai piedi del letto, restando raccolta in preghiera fino alle sei, quando una tragica notizia funestò il risveglio della città di Nyahururu. Marco, di ritorno dalla consueta corsa alla Thompson Fall, sfrecciò nel cortile della parrocchia con un aspetto da far paura: il volto striato di fango e di sudore, due orrendi aloni sotto le ascelle, i capelli per aria e gli occhi arrossati che parevano schizzargli fuori dalla testa: “I LO GA’ COPA’! CIAME’ EL NUNSIO, I LO GA’ COPA’!” urlò, precipitandosi verso la macchina. Non c’era stato bisogno di dire altro. Le sorelle, terrorizzate, si erano riunite in cucina a pregare. Sgranarono le perle dei loro rosari una dopo l’altra, senza sosta, scordandosi persino di respirare. Finché in parrocchia squillò il telefono. “Il nu-nunzio vuol parlare co-con te” balbettò Antonilde, stringendo la sua coroncina di plastica bianca fluorescente da rosario formato ridotto, con appena dieci grani per dieci Ave Maria. Alice afferrò la cornetta sapendo di essere in procinto di ricevere indicazioni precise. La linea era disturbata, ma la voce da Nairobi si udì forte e chiara: “Sister, parla Antonelli. Il Signore sia con noi. Calma e sangue freddo, ascoltami con attenzione. Stanotte father Moser è stato ucciso, ma le condoglianze ce le faremo dopo. In questo momento il corpo si trova in ospedale. Due agenti dell’FBI stanno venendo a prenderti. Ti porteranno da lui e ti diranno cosa fare. Ho predisposto che sia tu ad eseguire l’autopsia e dovrai farlo subito. Scopri quante più cose possibile, annota tutto. Io ti raggiungerò in giornata. Mi hai capito bene? Puoi farcela?” Lei ubbidì. Indossò un golf di lana, raccolse alcuni strumenti di lavoro in una borsa e si sedette su una panchina in giardino ad attendere l’auto nera che l’avrebbe prelevata.
Scortata dai detective fino al fetido corridoio dell’ospedale, Alice fiutò un’olio profumato nell’aria, un’essenza di sandalo e gelsomino. Una stampella di metallo giaceva sul pavimento e una giovane donna, sola e disorientata, camminava in tondo zoppicando, con gli occhi gonfi di pianto e le guance striate di mascara blu. Eppure era così bella e aggraziata. Indossava una sari bordeaux, coperta da un leggero scialle di kashmir color malva. Il petto le pulsava sotto la blusa.

Si accarezzava il collo con la mano sinistra, come per aiutarsi a respirare. Quando Alice le posò delicatamente le mani sulle spalle per provare a calmarla, lei si divincolò di scatto, gridando: “NO!”, e ripetendo tra i singhiozzi: “No no no.” Da piccola doveva essere stata una discola indomabile. Viveva ancora quella bambina volitiva nei suoi occhi turchesi, pronta a rivoltarsi contro gli insegnanti che fin dalle scuole primarie avevano tentato invano di imporle l’uso della mano destra. Alice vide che era mancina dal modo in cui si muoveva. E toccandola, la rivide piccina, quando sua madre la rincorreva in giardino per intrecciarle i capelli prima di portarla a scuola, mentre lei scoteva al vento i boccoli ribelli e urlava: “NO NO NO!!”
“Sei in pena per qualcuno, signora?” le domandò Alice in Italiano.
Jasmina comprese, ma non se ne stupì. Come ogni scandinavo, possedeva una spiccata propensione ad imparare le lingue straniere; pensò che, dopo aver amato per tanti anni un uomo italiano, qualche elemento di quella complessa lingua mediterranea doveva esserle entrato nelle meningi, senza alcuno sforzo. Rispose in Inglese: “Gli hanno massacrato la faccia. Capisci, sister?” riprese a singhiozzare. “Gli hanno massacrato la faccia.”
Agli occhi di Alice, un’aura color oro e primula si irradiò dalla testa di quella Madonna indiana con i braccialetti di vetro e i capelli ondulati nero corvino, screziando di arcobaleno tutto il corridoio. Sciancata e ricurva su un fianco, Jasmina soffriva per le doglie del parto. Alice la invitò dunque a sedersi su uno degli scomodi e arrugginiti sgabelli di metallo lungo la parete, intuendo che il cuore di Dino batteva ancora al di là della porta. Così le posò una mano nel grembo, sorridendo. “Tu vesti di rosso e non porti un anello al dito, signora” sussurrò amorevolmente. “Però vedo una culla nella tua casa.”
Jasmina d’istinto si portò la mano sinistra sulla pancia, smettendo di piangere. Sapeva di non essere incinta e, a trentotto anni compiuti, nascondeva dentro quel sottile malessere delle donne che si vedono scorrere via il tempo senza essere diventate madri; nel proprio intimo, desiderava ardentemente un figlio da Dino, un bisogno lievitato dal giorno in cui qualcuno si era introdotto nella cappella della Farm per fare a pezzi la sedia del prete.
“Sarà una bambina bruna” vide Alice. “Avrà i tuoi capelli e gli occhi di suo padre. Nascerà in primavera: sarà una rosa che sboccia in aprile, prima di tutte le altre, quando fuori cade ancora la neve.”
Gli occhi di suo padre? Jasmina si disincantò dalla suggestione e riprese in mano le redini del dramma che rischiava di consumarsi. “Sister” supplicò. “Dobbiamo farlo sparire, ma la Chiesa non ce lo permette. Il nunzio apostolico vuole che tu esegua l’autopsia, solleverà un polverone se portiamo via il corpo e l’FBI non può permettersi un simile incidente diplomatico. Ti prego, è ferito in modo grave, ha il viso tumefatto e perde sangue dappertutto. Respira a malapena. C’è un medico qui, ma è capace solo di sezionare i cadaveri. Se chiedo soccorso al personale dell’ospedale, tutti in città sapranno com’è andata e qualcuno verrà qui a finirlo, perché qui o altrove, credimi, lo scoveranno. E’ stato condannato a morte, capisci? Lui deve essere morto: è il solo modo per salvarlo. Lascialo andare. Devi solo lasciarlo andare e sottoscrivere un referto autoptico fasullo che scriverà il dottor Opkings. Ti dirà lui cosa riferire alla Chiesa.”
“Singora, io sono un umile serva di Dio” rispose Alice. “Sono una persona semplice. Non so mantenere i segreti.”
“Io sono una puttana, una spia e una ladra” sospirò sincera la bella Joy. “Le menzogne e i segreti sono la mia professione. Io ti imploro in ginocchio: aiutalo.” Mai nella sua vita di giochi torbidi e di frequentazioni potenti avrebbe immaginato di trovarsi a mendicare l’aiuto di un’anziana suora di campagna; mai avrebbe pensato che un castello dall’architettura tanto complessa potesse posarsi sulle sole mani di un’anima candida poco più che analfabeta.
Sister Alice si incupì; un velo di gelo si stese sul suo umile cuore. Per tanti anni, inoltrandosi nelle shamba, aveva curato ogni genere di ferita e condiviso la vita essenziale della sua gente. Le madri di famiglia le avevano sempre offerto quel poco che potevano per darle la benvenuta; lei ogni volta aveva ringraziato di cuore, mangiando sempre tutto ciò che le veniva messo nel piatto, compresa la verdura cruda, senza preoccuparsi delle amebe e dei batteri. Sapeva che in Africa a parlare era il mondo infero delle coincidenze e delle suggestioni. Nella sua fanciullesca ingenuità, Alice aveva intuito che in quel luogo nero del mondo non esistevano nessi causali così come l’Occidente cristiano li aveva concepiti. Ogni precauzione perdeva di importanza, la causalità saltava e con essa la razionalità limitante e classificatrice; ogni timore poteva essere superato solo accettando la sfida e i rischi della quotidianità. In lei era prevalsa forte l’accettazione di quell’inevitabile essere sempre in ballo, per cui nel delicato equilibrio tra la vita e la morte la sopravvivenza non poteva essere data per scontata. Dalla tenebra alla luce, dalla malattia alla guarigione: il dramma della complementarità degli opposti, come in un mito antico e immortale, si consumava in ogni istante. Per forza di cose l’individuo, col proprio istinto di vita, non ne sarebbe sempre uscito vincente; ma la natura, l’eterno misterioso dispiegarsi delle cose, quella sì, avrebbe vinto sempre e comunque. Alice si era arresa a quella suprema natura che era Dio padre, ma soprattutto madre. L’Africa era per lei la madre di tutto, alla quale tutto un giorno sarebbe tornato: “Il nero è la madre del bianco” sosteneva. “La cellula è la madre del pesce, il pesce è la madre del bambino, il bambino è la madre dell’uomo. Il primo uomo ha camminato in Africa, nella Rift Valley. L’Africa è l’utero dell’umanità, il principio e il capolinea della nostra esistenza.” L’amore avvolgente della madre Africa era stata la sua fede e la sua verità. Non avrebbe potuto vivere altrimenti. Ora, di fronte agli occhi supplicanti di quella madre indiana, capì che l’Africa questa volta non le stava offrendo acqua non bollita o verdura infestata di parassiti, ma una coppa di menzogna amara come il veleno; che il proprio corpo e la propria mente non avrebbero retto il peso di una bugia, raccontata e ripetuta a fin di bene, ma pur sempre una bugia. Ogni volta, al momento di mentire, il suo cuore semplice si sarebbe rigirato nel petto e il suo collo sarebbe esploso all’accelerare delle pulsazioni. Non avrebbe retto a lungo: tutto in lei si sarebbe inceppato e sarebbe morta poco a poco, lentamente, senza poter resistere alla sorte. Ma con quale coraggio avrebbe voltato le spalle al dolore della Madonna in sari? Una bambina doveva venire alla luce. Alice sapeva di essere già stata messa al mondo una volta a discapito di un’altra creatura e ciò non doveva ripetersi. No, stavolta non l’avrebbe portata per anni come un bubbone sulla schiena. Era tempo di scrollarsi di dosso il peso di quell’embrione, appena una spina dorsale e pochi denti da accudire per non dimenticare, per non lasciarlo scivolare giù dal foro del lavandino dell’ambulatorio medico dove, innumerevoli anni prima, un chirurgo gliel’aveva strappato dalla pelle. Era tempo di liberare la sorella gemella serpeggiante dalla buia prigione delle acque sotterranee e di farle conoscere una luce che non fosse solo quella ovattata dei sogni. Basta con le voci, con le visioni, con i prodigi: April Rose doveva nascere. Perciò sister Alice accettò di mentire e di andare incontro a testa alta al proprio destino. Immediatamente, l’aura irradiata da Jasmina si dissolse nel grigiore del corridoio.
La stanza operatoria era pregna dell’odore di sangue e di bruciato. Father Dino giaceva privo di sensi, ancora vestito, sul tavolo di metallo. Respirava in modo irregolare e superficiale. Aveva la faccia violacea e gonfia, i capelli rosso scuro di sangue rappreso ustionati dallo sparo. Il proiettile partito per sbaglio, senza mira, gli aveva strisciato la tempia dall’alto verso il basso, scorticandogli il cuoio capelluto e graffiandogli il cranio. La cerniera dei pantaloni era abbassata e delle garze zuppe gli coprivano i genitali. Opkings si affannava invano a prendergli una vena per attaccare una flebo. “Ha perso meno sangue di quello che sembra” sentenziò Alice al primo sguardo. “Chi gli ha fatto questo era un dilettante. Non gli è stata inferta alcuna croce che un uomo di ottanta chili col suo atocontrollo non potesse sopportare. Ma è stato a terra per troppo tempo, quindi non muovetelo: è disidratato e ipotermico. Se lo spostate di nuovo, muore.” Non aveva con sé morfina, novocaina o altri analgesici; solo qualche sacca di soluzione fisiologica, disinfettante, aghi sterili e filo da sutura. “Gli farò male” premise. Opkings suggerì di legargli braccia e gambe, ma lei si oppose caparbiamente: “No. Lui è un muanake: non si muoverà.” Si fece il segno della croce e recitò un’Ave Maria. Dopodiché, con encomiabile mestiere, lo spogliò senza tagliargli i vestiti, pensando di fare cosa gradita a Wilma. Gli attaccò la flebo di liquidi trovando la vena al primo buco. Passandogli le mani sul corpo, ispezionò centimetro per centimetro ogni ferita, lacerazione e contusione; lo immobilizzò in modo da limitare i danni e diagnosticò in maniera esatta le lesioni e le fratture per agevolare il medico che a breve lo avrebbe avuto in consegna, Samadhi Larsson. Lo riverse a pancia in giù e gli rasò i capelli per pulire e ricucire il cuoio capelluto. Gli bisbigliò all’orecchio: “Respira e non ti muovere.”
Appena l’ago gli trafisse la pelle per il primo dei tanti punti di sutura che gli avrebbero richiuso la testa, Dino si svegliò, digrignò i denti, chiamò mamma, supplicò di smetterla, pianse, vomitò. Cosciente ma confuso, pur con la mascella fratturata, morse e stritolò tutto quello che gli misero tra i denti; ma si lasciò fare senza muoversi. Alice non si interruppe neanche per un attimo. Finito con la testa, lo rigirò supino per suturare provvisoriamente i lembi del pene. Lavorò sul corpo per oltre un’ora, con espressione concentrata, senza guanti di lattice, com’era solita operare, solo con le sue piccole e pazienti dita ciocciottelle. Opkings, attonito, non mosse un dito: ad aiutarla fu Jasmina, anch’ella a mani nude, seguendo le sue istruzioni, facendo pressione sui punti giusti della pelle, passandole gli strumenti e sussurrando con devozione: “Amore, sei bello e forte come la montagna da cui provieni. Non basterebbe l’oceano indiano a spegnere il fuoco che ho dentro; neppure le piene del Mara basterebbero. Senza di te, non vado da nessuna parte.”
Terminato il delicato lavoro, Alice posò pinze, aghi e fili. Si lavò via il sangue dalle mani in una bacinella d’acqua e accarezzò dolcemente la testa bendata di Dino, sussurrandogli più volte: “Bravo, sei stato bravissimo. Adesso devi avere pazienza, solo pazienza”, fino a farlo riaddormentare.
“Pazienza” sospirò Jasmina. “Sarebbero bastate appena due settimane. La Commissione Terre ci aspetta per il 18 ottobre: Dino avrebbe dovuto consegnare il lavoro e sparire per un po’. La sera del 18 saremmo partiti insieme per Amsterdam, e da lì all’Aja, al Tribunale dei Diritti dell’Uomo. Avevamo già un posto sul volo. Solo al termine delle verifiche della Commissione, certamente dopo le elezioni presidenziali, avremmo fatto ritorno in Kenya.”
La suora infermiera non capì nulla della questione della terra, e tuttavia notò: “Si vota in dicembre. Chi vi dice che l’esito sarà quello sperato?”
“Sappiamo che l’Arcobaleno ha i numeri e gli appoggi giusti per vincere, che l’affluenza alle urne sarà altissima e che la corruzione dei seggi elettorali non potrà assumere le proporzioni del passato. Dino sarebbe stato salvo, ed io pure. Allora saremmo tornati e lui avrebbe sbrigato tutte le formalità per spretarsi. Sposandomi in sede civile, avrebbe ottenuto facilmente la cittadinanza keniota, anche senza il supporto della Chiesa cattolica.”
A quel punto sister Alice fece un respiro profondo. “Mi dispiace, signora” disse. “Hai valutato male. Gli uomini non tollerano infamia e disonore. Un muanake non scappa in guerra, non rinuncia al combattimento per sposarsi; egli depone le armi quando il conflitto è finito e la comunità è al sicuro: solo allora sale al rango di muthuri. Dio ha bocciato i tuoi piani. A muthuri il tuo uomo non ci è mai arrivato. Guardalo: è morto sul campo di battaglia, prima di invecchiare, prima di deporre le armi del guerriero. Gesù perdoni i suoi peccati e abbia cura della sua anima.”
Jasmina afferrò con vigore le mani giunte della piccola suora e gliele baciò, a piene labbra, chinando il capo in segno di namaste.
Nella sala operatoria venne fatta portare una bara di abete bianco grezzo, presto sigillata dagli agenti dell’FBI; la stessa che il giorno dopo sarebbe sfilata in corteo per le strade della città fino al campo sportivo; la stessa che sarebbe finita sei piedi sotto terra nel piccolo cimitero trentino lungo il torrente Vanoi. Il corpo di Dino, invece, fu avvolto in sacchi per la spazzatura e trasportato fuori dall’ospedale in un carrello per rifiuti attraverso una porta secondaria. Un’auto nera lo condusse a Nairobi, dove fu subito ricoverato in una stanza singola dell’Aga Khan Hospital, senza essere registrato. Per due giorni rimase affidato alle cure della dottoressa Larsson. In quei due interminabili giorni, i genitori di Jasmina rischiarono tutto. Furono le ore più lunghe della loro onesta esistenza, sempre a guardarsi le spalle, a parlare a bassa voce, a cospirare al telefono su linee sicure. L’ambasciatore perse gli ultimi capelli che gli restavano in testa. In certi momenti appariva anestetizzato: quell’uomo alto, robusto e pelato come un bonzo sostava immobile in mezzo alle stanze, più impietrito di una mummia, senza orientamento alcuno. Ovunque si fermasse, gli urtavano contro; in qualunque posizione lo si mettesse, lì restava, quasi fosse fatto di argilla. A paralizzarlo era il pensiero della cospirazione. “Gli Svedesi non fanno certe cose” vaneggiava. “I Russi, loro sì che sanno tenere i segreti. Nell’86, per giorni tacquero l’incidente accorso alla centrale di Chernobyl. Gli Svedesi diedero l’allarme e misero in allerta il mondo non appena captarono il pericolo.” Sua moglie dovette prendere in mano gran parte della situazione. Samadhi dimenticò ogni buona maniera di brava donna indiana e divenne una belva nel tentativo di alleviare le sofferenze all’uomo che, alcuni anni prima, in quello stesso ospedale si era lasciato prosciugare le vene per salvare la vita della sua unica figlia. Per fare più cose possibile, camminava talmente di fretta che, per la prima volta in sessantacinque anni di vita, inciampò nella sari, cadendo dalle scale e fratturandosi un polso.
La sera del 4 ottobre, finalmente, Dino lasciò il Kenya: disteso su una barella in coma farmacologico, decollò con destinazione Stoccolma a bordo di un aereo militare, con un nuovo passaporto appoggiato sull’addome tra i fogli della cartella clinica, figurando un turista di cittadinanza svedese accidentalmente ferito in viaggio: un caso di rimpatrio con priorità assoluta.
Sebbene tormentata dalla paura di non reggere il gioco della menzogna, Alice capì che mentire non sarebbe stata una fatica insormontabile. Il capitano Luke Parish e il dottor Andrew Opkings la invitarono ad ascoltare con attenzione le istruzioni sul da farsi. “Lei dovrà semplicemente riferire quanto ha visto” le spiegarono, “le reali ferite sul corpo del prete.”
“Oee.”
“Solo la verità: la contusione sulla nuca, le ossa facciali fratturate, le costole rotte, gli ematomi sul busto, le petecchie sulle palpebre e la lacerazione del pene, che Lei ritiene procurata dopo lo sparo. Il morso di una scimmia o di un topo di fogna, come meglio crede.”
“Oee.”
“Unico dettaglio da storpiare, la tempia destra: la tempia deve essere forata, non strisciata. Se lo ricordi bene. Un’angolatura dall’alto al basso, tipica delle esecuzioni. E’ già stato tutto sistemato, la scena del delitto ripulita: nessun bossolo a terra, nessun proiettile né sul posto né sul corpo, nessun foro d’uscita. Lei del proiettile non ne sa nulla. Un omicidio inspiegabile, forse una vendetta privata, o magari un freddo regolamento di conti eseguito con un’arma sofisticata e un proiettile di ghiaccio che si scioglie nel bersaglio senza lasciare traccia. Riferisca le ipotesi che più La aggradano, non è un problema.”
“Oee.”
“Non dovrà nemmeno stilare un rapporto; il referto autoptico porterà la firma di Opkings. Il solo sforzo che Le viene richiesto è di riferire all’ambasciatore vaticano, e a chiunque la interrogherà sul caso, che il prete aveva un buco in testa.”
Finalmente i due federali realizzarono con sconcerto che la religiosa parlottava e capiva appena poche parole di Inglese; che “Oee” era il suono di approvazione che i Kenioti di ogni etnia pronunciavano spesso per compiacere il proprio interlocutore, pur non avendo compreso un accidente del suo discorso.
Malgrado ogni timore, tuttavia, né monsignor Antonelli né il corpo di polizia locale avrebbero creato problemi ad Alice. Inaspettatamente, a spiazzarla cambiando le carte in tavola furono gli stessi uomini dell’FBI che l’aveva istruita, ma senza fidarsi di lei. Il capitano dalla testa pelata, infatti, si era compromesso fin troppo e ora temeva di suscitare un vespaio col governo. Anche se la matrice politica dell’agguato appariva fin troppo chiara, parlare di omicidio avrebbe comportato un’inchiesta. La magistratura locale avrebbe indagato e il governo non avrebbe perdonato l’impiccio dei federali americani a poco più di due mesi dalle elezioni: ci sarebbero stati mandanti da coprire, giudici da corrompere, testimoni da far sparire. Tanto più che uno di questi, Ole Karam, era già scomparso, assassinato a Nakuru in circostanze poco chiare. Le cose si sarebbero messe male per tutti. Il 5 ottobre, l’FBI di Nairobi emise pertanto l’unico verdetto in grado di gettare acqua sul fuoco dell’intricata vicenda: quello del suicidio. Lo stile di vita poco ortodosso della vittima fornì il pretesto ideale. Pur sentendosi usata e gettata via come uno straccio liso, pur soffrendo per gli effetti che il rapporto dell’FBI avrebbe suscitato in coloro che avevano amato father Dino, sister Alice mantenne fede alla promessa fatta alla Madonna indiana vestita di rosso e tenne la bocca sigillata, pur serbando nel cuore dubbi atroci e silenziosi rimorsi, e pregando ogni giorno perché il silenzio fosse la scelta giusta. Altro non poteva fare; il suo compito e il suo sguardo sul caso Moser erano ormai conclusi. Non le restava che accogliere il male e la morte come inevitabile espiazione di ogni bugia.
Father Dino Moser era morto nell’infamia. Ciò che rimaneva di lui era un uomo con un altro nome stampato su un passaporto svedese, ricoverato in un ospedale di Stoccolma: un depresso abitué della sala operatoria, senza altra scelta che quella di affidarsi alla dubbia abilità di chirurghi dalle poche parole e dalle mani gelide.
Jasmina Larsson trascorse giorni vuoti e notti di pianto, coccolata solo dalle lunghe telefonate della madre. La sua città natìa le era divenuta estranea; le strade erano pulite e silenziose, senza il rumore dei clacson, l’aria non odorava di niente, le persone parlavano a voce bassa e le chiese erano vuote, mentre le piazze si addobbavano per un Natale che non la riguardava. Sola nel vecchio appartamento del centro storico dove aveva trascorso alcuni anni della prima infanzia e il periodo degli studi universitari, dormiva nella stanza dove era stata concepita, ma non si sentiva a casa. Mandava giù di malavoglia insipidi filetti di salmone e merluzzi surgelati cotti al microonde senza condimento, accendendo qualche bacchetta di incenso e rimpiangendo il sapore degli ananas di Thika, i gamberi dei ruscelli a monte della cascata, i pesci azzurri del lago Victoria fritti nell’olio di girasole, i centrotavola di ibisco, le buganvillee tra i capelli e i petali di rosa cosparsi sulle lenzuola.
“Sei in pena per qualcuno, signora?” le domandò Alice in Italiano.
Jasmina comprese, ma non se ne stupì. Come ogni scandinavo, possedeva una spiccata propensione ad imparare le lingue straniere; pensò che, dopo aver amato per tanti anni un uomo italiano, qualche elemento di quella complessa lingua mediterranea doveva esserle entrato nelle meningi, senza alcuno sforzo. Rispose in Inglese: “Gli hanno massacrato la faccia. Capisci, sister?” riprese a singhiozzare. “Gli hanno massacrato la faccia.”
Agli occhi di Alice, un’aura color oro e primula si irradiò dalla testa di quella Madonna indiana con i braccialetti di vetro e i capelli ondulati nero corvino, screziando di arcobaleno tutto il corridoio. Sciancata e ricurva su un fianco, Jasmina soffriva per le doglie del parto. Alice la invitò dunque a sedersi su uno degli scomodi e arrugginiti sgabelli di metallo lungo la parete, intuendo che il cuore di Dino batteva ancora al di là della porta. Così le posò una mano nel grembo, sorridendo. “Tu vesti di rosso e non porti un anello al dito, signora” sussurrò amorevolmente. “Però vedo una culla nella tua casa.”
Jasmina d’istinto si portò la mano sinistra sulla pancia, smettendo di piangere. Sapeva di non essere incinta e, a trentotto anni compiuti, nascondeva dentro quel sottile malessere delle donne che si vedono scorrere via il tempo senza essere diventate madri; nel proprio intimo, desiderava ardentemente un figlio da Dino, un bisogno lievitato dal giorno in cui qualcuno si era introdotto nella cappella della Farm per fare a pezzi la sedia del prete.
“Sarà una bambina bruna” vide Alice. “Avrà i tuoi capelli e gli occhi di suo padre. Nascerà in primavera: sarà una rosa che sboccia in aprile, prima di tutte le altre, quando fuori cade ancora la neve.”
Gli occhi di suo padre? Jasmina si disincantò dalla suggestione e riprese in mano le redini del dramma che rischiava di consumarsi. “Sister” supplicò. “Dobbiamo farlo sparire, ma la Chiesa non ce lo permette. Il nunzio apostolico vuole che tu esegua l’autopsia, solleverà un polverone se portiamo via il corpo e l’FBI non può permettersi un simile incidente diplomatico. Ti prego, è ferito in modo grave, ha il viso tumefatto e perde sangue dappertutto. Respira a malapena. C’è un medico qui, ma è capace solo di sezionare i cadaveri. Se chiedo soccorso al personale dell’ospedale, tutti in città sapranno com’è andata e qualcuno verrà qui a finirlo, perché qui o altrove, credimi, lo scoveranno. E’ stato condannato a morte, capisci? Lui deve essere morto: è il solo modo per salvarlo. Lascialo andare. Devi solo lasciarlo andare e sottoscrivere un referto autoptico fasullo che scriverà il dottor Opkings. Ti dirà lui cosa riferire alla Chiesa.”
“Singora, io sono un umile serva di Dio” rispose Alice. “Sono una persona semplice. Non so mantenere i segreti.”
“Io sono una puttana, una spia e una ladra” sospirò sincera la bella Joy. “Le menzogne e i segreti sono la mia professione. Io ti imploro in ginocchio: aiutalo.” Mai nella sua vita di giochi torbidi e di frequentazioni potenti avrebbe immaginato di trovarsi a mendicare l’aiuto di un’anziana suora di campagna; mai avrebbe pensato che un castello dall’architettura tanto complessa potesse posarsi sulle sole mani di un’anima candida poco più che analfabeta.
Sister Alice si incupì; un velo di gelo si stese sul suo umile cuore. Per tanti anni, inoltrandosi nelle shamba, aveva curato ogni genere di ferita e condiviso la vita essenziale della sua gente. Le madri di famiglia le avevano sempre offerto quel poco che potevano per darle la benvenuta; lei ogni volta aveva ringraziato di cuore, mangiando sempre tutto ciò che le veniva messo nel piatto, compresa la verdura cruda, senza preoccuparsi delle amebe e dei batteri. Sapeva che in Africa a parlare era il mondo infero delle coincidenze e delle suggestioni. Nella sua fanciullesca ingenuità, Alice aveva intuito che in quel luogo nero del mondo non esistevano nessi causali così come l’Occidente cristiano li aveva concepiti. Ogni precauzione perdeva di importanza, la causalità saltava e con essa la razionalità limitante e classificatrice; ogni timore poteva essere superato solo accettando la sfida e i rischi della quotidianità. In lei era prevalsa forte l’accettazione di quell’inevitabile essere sempre in ballo, per cui nel delicato equilibrio tra la vita e la morte la sopravvivenza non poteva essere data per scontata. Dalla tenebra alla luce, dalla malattia alla guarigione: il dramma della complementarità degli opposti, come in un mito antico e immortale, si consumava in ogni istante. Per forza di cose l’individuo, col proprio istinto di vita, non ne sarebbe sempre uscito vincente; ma la natura, l’eterno misterioso dispiegarsi delle cose, quella sì, avrebbe vinto sempre e comunque. Alice si era arresa a quella suprema natura che era Dio padre, ma soprattutto madre. L’Africa era per lei la madre di tutto, alla quale tutto un giorno sarebbe tornato: “Il nero è la madre del bianco” sosteneva. “La cellula è la madre del pesce, il pesce è la madre del bambino, il bambino è la madre dell’uomo. Il primo uomo ha camminato in Africa, nella Rift Valley. L’Africa è l’utero dell’umanità, il principio e il capolinea della nostra esistenza.” L’amore avvolgente della madre Africa era stata la sua fede e la sua verità. Non avrebbe potuto vivere altrimenti. Ora, di fronte agli occhi supplicanti di quella madre indiana, capì che l’Africa questa volta non le stava offrendo acqua non bollita o verdura infestata di parassiti, ma una coppa di menzogna amara come il veleno; che il proprio corpo e la propria mente non avrebbero retto il peso di una bugia, raccontata e ripetuta a fin di bene, ma pur sempre una bugia. Ogni volta, al momento di mentire, il suo cuore semplice si sarebbe rigirato nel petto e il suo collo sarebbe esploso all’accelerare delle pulsazioni. Non avrebbe retto a lungo: tutto in lei si sarebbe inceppato e sarebbe morta poco a poco, lentamente, senza poter resistere alla sorte. Ma con quale coraggio avrebbe voltato le spalle al dolore della Madonna in sari? Una bambina doveva venire alla luce. Alice sapeva di essere già stata messa al mondo una volta a discapito di un’altra creatura e ciò non doveva ripetersi. No, stavolta non l’avrebbe portata per anni come un bubbone sulla schiena. Era tempo di scrollarsi di dosso il peso di quell’embrione, appena una spina dorsale e pochi denti da accudire per non dimenticare, per non lasciarlo scivolare giù dal foro del lavandino dell’ambulatorio medico dove, innumerevoli anni prima, un chirurgo gliel’aveva strappato dalla pelle. Era tempo di liberare la sorella gemella serpeggiante dalla buia prigione delle acque sotterranee e di farle conoscere una luce che non fosse solo quella ovattata dei sogni. Basta con le voci, con le visioni, con i prodigi: April Rose doveva nascere. Perciò sister Alice accettò di mentire e di andare incontro a testa alta al proprio destino. Immediatamente, l’aura irradiata da Jasmina si dissolse nel grigiore del corridoio.
La stanza operatoria era pregna dell’odore di sangue e di bruciato. Father Dino giaceva privo di sensi, ancora vestito, sul tavolo di metallo. Respirava in modo irregolare e superficiale. Aveva la faccia violacea e gonfia, i capelli rosso scuro di sangue rappreso ustionati dallo sparo. Il proiettile partito per sbaglio, senza mira, gli aveva strisciato la tempia dall’alto verso il basso, scorticandogli il cuoio capelluto e graffiandogli il cranio. La cerniera dei pantaloni era abbassata e delle garze zuppe gli coprivano i genitali. Opkings si affannava invano a prendergli una vena per attaccare una flebo. “Ha perso meno sangue di quello che sembra” sentenziò Alice al primo sguardo. “Chi gli ha fatto questo era un dilettante. Non gli è stata inferta alcuna croce che un uomo di ottanta chili col suo atocontrollo non potesse sopportare. Ma è stato a terra per troppo tempo, quindi non muovetelo: è disidratato e ipotermico. Se lo spostate di nuovo, muore.” Non aveva con sé morfina, novocaina o altri analgesici; solo qualche sacca di soluzione fisiologica, disinfettante, aghi sterili e filo da sutura. “Gli farò male” premise. Opkings suggerì di legargli braccia e gambe, ma lei si oppose caparbiamente: “No. Lui è un muanake: non si muoverà.” Si fece il segno della croce e recitò un’Ave Maria. Dopodiché, con encomiabile mestiere, lo spogliò senza tagliargli i vestiti, pensando di fare cosa gradita a Wilma. Gli attaccò la flebo di liquidi trovando la vena al primo buco. Passandogli le mani sul corpo, ispezionò centimetro per centimetro ogni ferita, lacerazione e contusione; lo immobilizzò in modo da limitare i danni e diagnosticò in maniera esatta le lesioni e le fratture per agevolare il medico che a breve lo avrebbe avuto in consegna, Samadhi Larsson. Lo riverse a pancia in giù e gli rasò i capelli per pulire e ricucire il cuoio capelluto. Gli bisbigliò all’orecchio: “Respira e non ti muovere.”
Appena l’ago gli trafisse la pelle per il primo dei tanti punti di sutura che gli avrebbero richiuso la testa, Dino si svegliò, digrignò i denti, chiamò mamma, supplicò di smetterla, pianse, vomitò. Cosciente ma confuso, pur con la mascella fratturata, morse e stritolò tutto quello che gli misero tra i denti; ma si lasciò fare senza muoversi. Alice non si interruppe neanche per un attimo. Finito con la testa, lo rigirò supino per suturare provvisoriamente i lembi del pene. Lavorò sul corpo per oltre un’ora, con espressione concentrata, senza guanti di lattice, com’era solita operare, solo con le sue piccole e pazienti dita ciocciottelle. Opkings, attonito, non mosse un dito: ad aiutarla fu Jasmina, anch’ella a mani nude, seguendo le sue istruzioni, facendo pressione sui punti giusti della pelle, passandole gli strumenti e sussurrando con devozione: “Amore, sei bello e forte come la montagna da cui provieni. Non basterebbe l’oceano indiano a spegnere il fuoco che ho dentro; neppure le piene del Mara basterebbero. Senza di te, non vado da nessuna parte.”
Terminato il delicato lavoro, Alice posò pinze, aghi e fili. Si lavò via il sangue dalle mani in una bacinella d’acqua e accarezzò dolcemente la testa bendata di Dino, sussurrandogli più volte: “Bravo, sei stato bravissimo. Adesso devi avere pazienza, solo pazienza”, fino a farlo riaddormentare.
“Pazienza” sospirò Jasmina. “Sarebbero bastate appena due settimane. La Commissione Terre ci aspetta per il 18 ottobre: Dino avrebbe dovuto consegnare il lavoro e sparire per un po’. La sera del 18 saremmo partiti insieme per Amsterdam, e da lì all’Aja, al Tribunale dei Diritti dell’Uomo. Avevamo già un posto sul volo. Solo al termine delle verifiche della Commissione, certamente dopo le elezioni presidenziali, avremmo fatto ritorno in Kenya.”
La suora infermiera non capì nulla della questione della terra, e tuttavia notò: “Si vota in dicembre. Chi vi dice che l’esito sarà quello sperato?”
“Sappiamo che l’Arcobaleno ha i numeri e gli appoggi giusti per vincere, che l’affluenza alle urne sarà altissima e che la corruzione dei seggi elettorali non potrà assumere le proporzioni del passato. Dino sarebbe stato salvo, ed io pure. Allora saremmo tornati e lui avrebbe sbrigato tutte le formalità per spretarsi. Sposandomi in sede civile, avrebbe ottenuto facilmente la cittadinanza keniota, anche senza il supporto della Chiesa cattolica.”
A quel punto sister Alice fece un respiro profondo. “Mi dispiace, signora” disse. “Hai valutato male. Gli uomini non tollerano infamia e disonore. Un muanake non scappa in guerra, non rinuncia al combattimento per sposarsi; egli depone le armi quando il conflitto è finito e la comunità è al sicuro: solo allora sale al rango di muthuri. Dio ha bocciato i tuoi piani. A muthuri il tuo uomo non ci è mai arrivato. Guardalo: è morto sul campo di battaglia, prima di invecchiare, prima di deporre le armi del guerriero. Gesù perdoni i suoi peccati e abbia cura della sua anima.”
Jasmina afferrò con vigore le mani giunte della piccola suora e gliele baciò, a piene labbra, chinando il capo in segno di namaste.
Nella sala operatoria venne fatta portare una bara di abete bianco grezzo, presto sigillata dagli agenti dell’FBI; la stessa che il giorno dopo sarebbe sfilata in corteo per le strade della città fino al campo sportivo; la stessa che sarebbe finita sei piedi sotto terra nel piccolo cimitero trentino lungo il torrente Vanoi. Il corpo di Dino, invece, fu avvolto in sacchi per la spazzatura e trasportato fuori dall’ospedale in un carrello per rifiuti attraverso una porta secondaria. Un’auto nera lo condusse a Nairobi, dove fu subito ricoverato in una stanza singola dell’Aga Khan Hospital, senza essere registrato. Per due giorni rimase affidato alle cure della dottoressa Larsson. In quei due interminabili giorni, i genitori di Jasmina rischiarono tutto. Furono le ore più lunghe della loro onesta esistenza, sempre a guardarsi le spalle, a parlare a bassa voce, a cospirare al telefono su linee sicure. L’ambasciatore perse gli ultimi capelli che gli restavano in testa. In certi momenti appariva anestetizzato: quell’uomo alto, robusto e pelato come un bonzo sostava immobile in mezzo alle stanze, più impietrito di una mummia, senza orientamento alcuno. Ovunque si fermasse, gli urtavano contro; in qualunque posizione lo si mettesse, lì restava, quasi fosse fatto di argilla. A paralizzarlo era il pensiero della cospirazione. “Gli Svedesi non fanno certe cose” vaneggiava. “I Russi, loro sì che sanno tenere i segreti. Nell’86, per giorni tacquero l’incidente accorso alla centrale di Chernobyl. Gli Svedesi diedero l’allarme e misero in allerta il mondo non appena captarono il pericolo.” Sua moglie dovette prendere in mano gran parte della situazione. Samadhi dimenticò ogni buona maniera di brava donna indiana e divenne una belva nel tentativo di alleviare le sofferenze all’uomo che, alcuni anni prima, in quello stesso ospedale si era lasciato prosciugare le vene per salvare la vita della sua unica figlia. Per fare più cose possibile, camminava talmente di fretta che, per la prima volta in sessantacinque anni di vita, inciampò nella sari, cadendo dalle scale e fratturandosi un polso.
La sera del 4 ottobre, finalmente, Dino lasciò il Kenya: disteso su una barella in coma farmacologico, decollò con destinazione Stoccolma a bordo di un aereo militare, con un nuovo passaporto appoggiato sull’addome tra i fogli della cartella clinica, figurando un turista di cittadinanza svedese accidentalmente ferito in viaggio: un caso di rimpatrio con priorità assoluta.
Sebbene tormentata dalla paura di non reggere il gioco della menzogna, Alice capì che mentire non sarebbe stata una fatica insormontabile. Il capitano Luke Parish e il dottor Andrew Opkings la invitarono ad ascoltare con attenzione le istruzioni sul da farsi. “Lei dovrà semplicemente riferire quanto ha visto” le spiegarono, “le reali ferite sul corpo del prete.”
“Oee.”
“Solo la verità: la contusione sulla nuca, le ossa facciali fratturate, le costole rotte, gli ematomi sul busto, le petecchie sulle palpebre e la lacerazione del pene, che Lei ritiene procurata dopo lo sparo. Il morso di una scimmia o di un topo di fogna, come meglio crede.”
“Oee.”
“Unico dettaglio da storpiare, la tempia destra: la tempia deve essere forata, non strisciata. Se lo ricordi bene. Un’angolatura dall’alto al basso, tipica delle esecuzioni. E’ già stato tutto sistemato, la scena del delitto ripulita: nessun bossolo a terra, nessun proiettile né sul posto né sul corpo, nessun foro d’uscita. Lei del proiettile non ne sa nulla. Un omicidio inspiegabile, forse una vendetta privata, o magari un freddo regolamento di conti eseguito con un’arma sofisticata e un proiettile di ghiaccio che si scioglie nel bersaglio senza lasciare traccia. Riferisca le ipotesi che più La aggradano, non è un problema.”
“Oee.”
“Non dovrà nemmeno stilare un rapporto; il referto autoptico porterà la firma di Opkings. Il solo sforzo che Le viene richiesto è di riferire all’ambasciatore vaticano, e a chiunque la interrogherà sul caso, che il prete aveva un buco in testa.”
Finalmente i due federali realizzarono con sconcerto che la religiosa parlottava e capiva appena poche parole di Inglese; che “Oee” era il suono di approvazione che i Kenioti di ogni etnia pronunciavano spesso per compiacere il proprio interlocutore, pur non avendo compreso un accidente del suo discorso.
Malgrado ogni timore, tuttavia, né monsignor Antonelli né il corpo di polizia locale avrebbero creato problemi ad Alice. Inaspettatamente, a spiazzarla cambiando le carte in tavola furono gli stessi uomini dell’FBI che l’aveva istruita, ma senza fidarsi di lei. Il capitano dalla testa pelata, infatti, si era compromesso fin troppo e ora temeva di suscitare un vespaio col governo. Anche se la matrice politica dell’agguato appariva fin troppo chiara, parlare di omicidio avrebbe comportato un’inchiesta. La magistratura locale avrebbe indagato e il governo non avrebbe perdonato l’impiccio dei federali americani a poco più di due mesi dalle elezioni: ci sarebbero stati mandanti da coprire, giudici da corrompere, testimoni da far sparire. Tanto più che uno di questi, Ole Karam, era già scomparso, assassinato a Nakuru in circostanze poco chiare. Le cose si sarebbero messe male per tutti. Il 5 ottobre, l’FBI di Nairobi emise pertanto l’unico verdetto in grado di gettare acqua sul fuoco dell’intricata vicenda: quello del suicidio. Lo stile di vita poco ortodosso della vittima fornì il pretesto ideale. Pur sentendosi usata e gettata via come uno straccio liso, pur soffrendo per gli effetti che il rapporto dell’FBI avrebbe suscitato in coloro che avevano amato father Dino, sister Alice mantenne fede alla promessa fatta alla Madonna indiana vestita di rosso e tenne la bocca sigillata, pur serbando nel cuore dubbi atroci e silenziosi rimorsi, e pregando ogni giorno perché il silenzio fosse la scelta giusta. Altro non poteva fare; il suo compito e il suo sguardo sul caso Moser erano ormai conclusi. Non le restava che accogliere il male e la morte come inevitabile espiazione di ogni bugia.
Father Dino Moser era morto nell’infamia. Ciò che rimaneva di lui era un uomo con un altro nome stampato su un passaporto svedese, ricoverato in un ospedale di Stoccolma: un depresso abitué della sala operatoria, senza altra scelta che quella di affidarsi alla dubbia abilità di chirurghi dalle poche parole e dalle mani gelide.
Jasmina Larsson trascorse giorni vuoti e notti di pianto, coccolata solo dalle lunghe telefonate della madre. La sua città natìa le era divenuta estranea; le strade erano pulite e silenziose, senza il rumore dei clacson, l’aria non odorava di niente, le persone parlavano a voce bassa e le chiese erano vuote, mentre le piazze si addobbavano per un Natale che non la riguardava. Sola nel vecchio appartamento del centro storico dove aveva trascorso alcuni anni della prima infanzia e il periodo degli studi universitari, dormiva nella stanza dove era stata concepita, ma non si sentiva a casa. Mandava giù di malavoglia insipidi filetti di salmone e merluzzi surgelati cotti al microonde senza condimento, accendendo qualche bacchetta di incenso e rimpiangendo il sapore degli ananas di Thika, i gamberi dei ruscelli a monte della cascata, i pesci azzurri del lago Victoria fritti nell’olio di girasole, i centrotavola di ibisco, le buganvillee tra i capelli e i petali di rosa cosparsi sulle lenzuola.

